Liberalizzare la Nigeria, ma non così

Domenica la Nigeria ha fatto il gran salto liberalizzatore: ha rimosso d’un colpo i sussidi statali che tengono basso il prezzo della benzina. Siccome il governo non paga più una parte del prezzo, ovviamente quel prezzo è schizzato verso l’alto fino a raddoppiare e per questo le strade delle città nigeriane si sono riempite di una folla rabbiosa che chiede l’immediato ritorno del carburante di stato.
9 AGO 20
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Domenica la Nigeria ha fatto il gran salto liberalizzatore: ha rimosso d’un colpo i sussidi statali che tengono basso il prezzo della benzina. Siccome il governo non paga più una parte del prezzo, ovviamente quel prezzo è schizzato verso l’alto fino a raddoppiare e per questo le strade delle città nigeriane si sono riempite di una folla rabbiosa che chiede l’immediato ritorno del carburante di stato. Il colpo di mano del presidente Goodluck Jonathan ha le sue ragioni: i sussidi costavano ogni anno sette miliardi di dollari e ora quei soldi potranno essere impiegati in una miriade di progetti di utilità pubblica e cesseranno anche tutti gli inciuci e le truffe con i paesi confinanti, dove la benzina costa tre volte tanto e dove spariscono 65 barili di greggio ogni giorno, al costo di sette milioni di dollari.

L’Economist, che chiedeva la fine della benzina pubblica, farà salti di gioia. Eppure c’è un senso e una misura nelle cose. Il salto da 0,40 dollari al litro a 0,75 dollari in un paese dove si vive con due dollari al giorno è troppo brusco. I manifestanti sono convinti che il risparmio ottenuto eliminando quel beneficio diffuso che era la benzina sussidiata – in un territorio dove non c’è una buona rete elettrica (eufemismo) e si va avanti con i generatori alimentati a motore – non sarà sostituito da opere veramente utili per la collettività e che gran parte di quei soldi finiranno persi nella macchina ingoiatutto della corruzione governativa. Difficile garantire che non sarà così, la Nigeria non svetta in cima alla lista delle nazioni meno corrotte del pianeta (eufemismo). Era l’unica consolazione in un paese esportatore di petrolio – che però sfrutta male le sue risorse per inefficienza e cattiva condotta – e adesso non c’è più. E la lettura dell’Economist non consola. Certo, dicono i nigeriani, c’erano le truffe su scala gigante, ma in questo modo a pagare il prezzo pieno della liberalizzazione saremo tutti e soprattutto i più vulnerabili.

Dal caso Nigeria si ricava l’impressione che ogni liberalizzazione improvvisa – soprattutto in settori bloccati da decenni – richieda un sovrappiù di intelligenza, o c’è il rischio che porti subito i colpi reali e prometta a vuoto benefici che impiegheranno troppo tempo a manifestarsi. La mano del mercato è invisibile, ma il pugno del rincaro colpisce in modo fulmineo e fin troppo tangibile.